La giornata in barca è strana. Sembra che non si faccia niente tutto il giorno, ma il tempo passa in un attimo. Scandito da rituali che la nostra frenesia moderna ha completamente eliminato. La colazione, a base di muesli e yoghurt. Il pranzo. L’aperitivo a base di spritz e scenografie naturali da sballo. La cena. La grappa condita da stelle che dipingono il cielo. Sempre tutti insieme. In armonia . La non conoscenza reciproca, aiuta questo. Nel senso che si vive il presente non avendo passato da ricordare e rimembrare.
E poi il nuoto. Tanto nuoto. E tuffi dalla barca. E sole. Tanto sole. Cosa chiedere di più? E infatti già dopo due giorni, I nostri fisici iniziano a cambiare. Diventiamo tutti più belli. La pelle liscia, inizi di abbronzatura, il corpo che inizia a disintossicarsi, e si sgonfia. Sembriamo già persone diverse.
La domanda che uno si fa in questi momenti è : qual è il nostro vero io. E’ drogata di male la nostra vita di tutti i giorni, che ci porta occhiaie, nervosismo, infelicità, compromessi e mancanza di serenità? O sono drogati di troppo bene questi momenti in cui siamo splendidi e felici? Qual è la nostra vera essenza? Siamo quelli che insultiamo uno stupido che ci ha tagliato la strada il 28 di ottobre? O siamo quelli luminosi e brillanti che nuotano e prendono il sole. Al netto del male e del bene, cosa siamo. O, cosa saremmo???
Dovremo pur essere qualcosa. Non può essere tutto dettato dalle circostanze esterne. Avremmo una pur minima essenza innata? E quindi?
Chi sono io? Lo splendore che nuota nudo come Dio lo ha fatto e che trova rilassante pulire i piatti in una cucina con 45 gradi o quell’essere triste, incazzato, misantropo che vive in via Giovanni Branca 83?
Chi è G? La Venere pinnata che riempe gli occhi delle barche a vela di tutto il sud adriatico e che si emoziona davanti ad un branco di delfini o la donna persa con una mano nervosa intorno ad un whisky con ghiaccio che sembra sempre in procinto di spezzarsi tale è la forza che lo brandisce?
Non so darmi una risposta. Probabilmente non siamo una sola persona, Goffman lo spiega bene in La vita quotidiana come rappresentazione. E’ la teoria del palcoscenico. Noi siamo in funzione di quello che il mondo ci chiede di essere in quel preciso momento. E in questa gita in barca probabilmente il mondo ci ha chiesto di essere felici. E noi, contenti, cerchiamo di accontentarlo.
lunedì 30 gennaio 2012
venerdì 27 gennaio 2012
ERA AGOSTO - 3° parte
Il primo tuffo è di freschezza pura. Uomini adamicamente nudi. That’s the Captiain’rule. Nel mio esibizionismo non riesco che a compiacermene. G e V non si spingono a tanto. E lasciano alla gioia dei nostri occhi solo la nudità dei loro seni. Di G. abbiamo già detto. Tocca ora descrivere V.
Più italica di G nella rotondità fisica. Coniugata a meraviglia nell’esercizio fisico costante. Seni ampi, come nel più classico degli immaginari italiani. Viso contemporaneamente dolce e arcigno. Giocondesco nell’impossibilità di carpirne l’emozione. Sicura. Molto sicura. Forse troppo sicura. Di sé e di quello che gli sta intorno. Di facile parola. Non lascia il suo fascino agli altri. Ordina il suo fascino agli altri. Che oggettivamente non possono che acconsentire. Tosta. Se vinci con lei, vinci con tutti.
Quando siamo ormai in mare aperto, V si sveglia. Un sonno di 14 ore consecutive. Doveva essere stanca, molto stanca. A pranzo abbatto le ultime barriere con il capitano, con una pasta con dei finferli freschi che soddisfa le esigenti papille gustative dell’equipaggio
Il mio rapporto con il resto della ciurma migliora, ormai ci conosciamo da oltre 24 ore... J, che è l’unico che conosco da più tempo, è come al solito silenzioso e attento. Sa che deve gestire contemporaneamente diversi tipi di rapporti e di legami. E’ lui il saldante di questa comitiva così diversa.
Il rapporto con suo padre è rilassato. Negli occhi del genitore si legge la stima nei suoi confronti. L’amore tra padre e figlio non manca mai, è la stima che cambia il rapporto. Esiste un preciso momento, che varia in funzione delle persone, in cui il genitore guardando il figlio pensa, ok ho fatto il mio lavoro. E per fortuna l’ho fatto bene. Ecco nel capitano si legge questo. E si legge anche che questo momento non è stato così lontano nel tempo. E’ una cosa recente.
Poi J deve gestire il suo rapporto con V. Forse burrascoso, ma sicuramente coinvolgente e passionale. Delle 5 persone in barca, V è sicuramente la meno avvezza al lavoro fisico. E’ venuta in barca per rilassarsi. E’ così deve essere. Giustamente.
J e V sono molto diversi tra di loro. Elegante Romana 100% Doc V…. qualche romana elegante esiste ancora, nordico lui. Lei avrebbe vissuto bene ad inizio secolo durante la belle epoque, lui è un uomo del nostro tempo, tempo che porta le persone ad essere un po’ tutto, ma soprattutto a coniugare quello che è, con l’incognito del sarà. Nel capitano vedo il Dna di J. Hanno il senso del pratico. Lumbard. Nella miglior interpretazione della parola.
In questo baillame famigliare io e G siamo esclusi, lo osserviamo attentamente da attanti esterni. In un certo senso sembra di essere ad un matrimonio. J e V gli sposi, Il capitano è l’officiante, io e G i fedeli testimoni di uno e l’altra.
Più italica di G nella rotondità fisica. Coniugata a meraviglia nell’esercizio fisico costante. Seni ampi, come nel più classico degli immaginari italiani. Viso contemporaneamente dolce e arcigno. Giocondesco nell’impossibilità di carpirne l’emozione. Sicura. Molto sicura. Forse troppo sicura. Di sé e di quello che gli sta intorno. Di facile parola. Non lascia il suo fascino agli altri. Ordina il suo fascino agli altri. Che oggettivamente non possono che acconsentire. Tosta. Se vinci con lei, vinci con tutti.
Quando siamo ormai in mare aperto, V si sveglia. Un sonno di 14 ore consecutive. Doveva essere stanca, molto stanca. A pranzo abbatto le ultime barriere con il capitano, con una pasta con dei finferli freschi che soddisfa le esigenti papille gustative dell’equipaggio
Il mio rapporto con il resto della ciurma migliora, ormai ci conosciamo da oltre 24 ore... J, che è l’unico che conosco da più tempo, è come al solito silenzioso e attento. Sa che deve gestire contemporaneamente diversi tipi di rapporti e di legami. E’ lui il saldante di questa comitiva così diversa.
Il rapporto con suo padre è rilassato. Negli occhi del genitore si legge la stima nei suoi confronti. L’amore tra padre e figlio non manca mai, è la stima che cambia il rapporto. Esiste un preciso momento, che varia in funzione delle persone, in cui il genitore guardando il figlio pensa, ok ho fatto il mio lavoro. E per fortuna l’ho fatto bene. Ecco nel capitano si legge questo. E si legge anche che questo momento non è stato così lontano nel tempo. E’ una cosa recente.
Poi J deve gestire il suo rapporto con V. Forse burrascoso, ma sicuramente coinvolgente e passionale. Delle 5 persone in barca, V è sicuramente la meno avvezza al lavoro fisico. E’ venuta in barca per rilassarsi. E’ così deve essere. Giustamente.
J e V sono molto diversi tra di loro. Elegante Romana 100% Doc V…. qualche romana elegante esiste ancora, nordico lui. Lei avrebbe vissuto bene ad inizio secolo durante la belle epoque, lui è un uomo del nostro tempo, tempo che porta le persone ad essere un po’ tutto, ma soprattutto a coniugare quello che è, con l’incognito del sarà. Nel capitano vedo il Dna di J. Hanno il senso del pratico. Lumbard. Nella miglior interpretazione della parola.
In questo baillame famigliare io e G siamo esclusi, lo osserviamo attentamente da attanti esterni. In un certo senso sembra di essere ad un matrimonio. J e V gli sposi, Il capitano è l’officiante, io e G i fedeli testimoni di uno e l’altra.
venerdì 20 gennaio 2012
ERA AGOSTO - 2° parte
Le ore di strada sono tante. Ma alla fine arriviamo. In macchina ci si è già iniziati a conoscere. Soprattutto io, sono ai più sconosciuto. Certo Con J c’è da anni un amicizia fraterna, ma V la conosco poco, G proprio per niente. Mi risultano abbastanza simpatiche, assolutamente preoccupate del loro apparire, ma non a discapito del loro essere. Sono attrici. Meglio di così non poteva andare. Anzi in verità mi sarei aspettato più petulanza. Che non c’è.
Arriviamo a Biograd, io e G per la prima volta conosciamo il capitano, il padre di J. Un giovane signore di 70 anni. Capelli e baffi bianchi. Abbronzato. Felice. Forse perplesso della compagnia nel suo complesso, ma sicuramente attratto dall’ignorare quello che potrà succedere.
Io e G siamo sicuramente i più preoccuparti a farsi voler bene dal capitano. Logico, non ci conosciamo e la prima impressione è sempre la più importante. G non ha bisogno di trucchi. E’ affascinante e sa farsi voler bene. Se un attrice non sa far questo… che attrice è? Io il trucco l’ho portato con me. Il cibo. E mi presento con un tartufo bianco di 60 grammi, che solo il più arido dei cuori potrebbe non apprezzare. Faccio breccia nell’affetto del capitano.
La cena a base di tagliolini al tartufo bianco e crema cotta con mirtilli freschi rivela tre cose fondamentali per il proseguo del viaggio: l’assoluta venerazione del capitano pèr il prosecco, la sicurezza dell’equipaggio che la qualità del cibo non sarà un problema nei giorni a venire, la scoperta che G riesce a preparare la base di una crema cotta al buio senza danni e con limitate istruzioni, segno di intelligenza pratica non indifferente.
Si va a dormire. Domani comincia il viaggio. La barca ha tre cabine. Vero e J si posizionano a prua, il capitano a poppa, io e G nella cabina accanto al capitano. Che russa in modo alquanto rumoroso. Ma, qualunque cosa faccia, pensi o dica il capitano, è perfetto di default. E quindi anche il suo russare diventa una dolce nenia di accompagnamento a Morfeo.
Io e G incominciamo a conoscerci. Lo spazio ristretto che condividiamo non può che portare alla conoscenza reciproca. In queste situazioni la facilità con cui vengono esaltate esponenzialmente le sensazioni può portare ad un odio profondo od ad una enorme simpatia. Le vie di mezzo sono eluse. Sono impossibilitate ad esistere. In tutti e due c’è una ricerca ad una settimana di serenità. E la serenità, se qualcuno è in situazione di doverla cercare, è la cosa più preziosa. La porta che ti conduce alla felicità.
G è intrigante. Ha quel fascino che emanano solo le persone che sanno di esserlo. Alta con delle lentiggini sulle gote che ne aumentano la nobiltà fisica. Un seno ben proporzionato e una schiena femminilmente riacea. Scolpita e strutturata. Con una massa di capelli mori ricci di invadente ricchezza. Si vede che ha visto il mondo. Lo conosce. E se ne è persa dentro.
La mattina ci svegliamo. Come diventerà abitudine facciamo colazione in quattro. V è ancora nel magico mondo dei sogni. Sarà difficile vederla alzata prima di pranzo.
Salpiamo. Il mare ci aspetta. L’adriatico al massimo del suo splendore. Il verde il viola e il blu si assecondano alla sua magnificenza. Le kornati di sfondo a completare la magia.
Arriviamo a Biograd, io e G per la prima volta conosciamo il capitano, il padre di J. Un giovane signore di 70 anni. Capelli e baffi bianchi. Abbronzato. Felice. Forse perplesso della compagnia nel suo complesso, ma sicuramente attratto dall’ignorare quello che potrà succedere.
Io e G siamo sicuramente i più preoccuparti a farsi voler bene dal capitano. Logico, non ci conosciamo e la prima impressione è sempre la più importante. G non ha bisogno di trucchi. E’ affascinante e sa farsi voler bene. Se un attrice non sa far questo… che attrice è? Io il trucco l’ho portato con me. Il cibo. E mi presento con un tartufo bianco di 60 grammi, che solo il più arido dei cuori potrebbe non apprezzare. Faccio breccia nell’affetto del capitano.
La cena a base di tagliolini al tartufo bianco e crema cotta con mirtilli freschi rivela tre cose fondamentali per il proseguo del viaggio: l’assoluta venerazione del capitano pèr il prosecco, la sicurezza dell’equipaggio che la qualità del cibo non sarà un problema nei giorni a venire, la scoperta che G riesce a preparare la base di una crema cotta al buio senza danni e con limitate istruzioni, segno di intelligenza pratica non indifferente.
Si va a dormire. Domani comincia il viaggio. La barca ha tre cabine. Vero e J si posizionano a prua, il capitano a poppa, io e G nella cabina accanto al capitano. Che russa in modo alquanto rumoroso. Ma, qualunque cosa faccia, pensi o dica il capitano, è perfetto di default. E quindi anche il suo russare diventa una dolce nenia di accompagnamento a Morfeo.
Io e G incominciamo a conoscerci. Lo spazio ristretto che condividiamo non può che portare alla conoscenza reciproca. In queste situazioni la facilità con cui vengono esaltate esponenzialmente le sensazioni può portare ad un odio profondo od ad una enorme simpatia. Le vie di mezzo sono eluse. Sono impossibilitate ad esistere. In tutti e due c’è una ricerca ad una settimana di serenità. E la serenità, se qualcuno è in situazione di doverla cercare, è la cosa più preziosa. La porta che ti conduce alla felicità.
G è intrigante. Ha quel fascino che emanano solo le persone che sanno di esserlo. Alta con delle lentiggini sulle gote che ne aumentano la nobiltà fisica. Un seno ben proporzionato e una schiena femminilmente riacea. Scolpita e strutturata. Con una massa di capelli mori ricci di invadente ricchezza. Si vede che ha visto il mondo. Lo conosce. E se ne è persa dentro.
La mattina ci svegliamo. Come diventerà abitudine facciamo colazione in quattro. V è ancora nel magico mondo dei sogni. Sarà difficile vederla alzata prima di pranzo.
Salpiamo. Il mare ci aspetta. L’adriatico al massimo del suo splendore. Il verde il viola e il blu si assecondano alla sua magnificenza. Le kornati di sfondo a completare la magia.
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